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Domande ricorrenti

[ Consulenza linguistica ]

Sul digramma gn e sulla presenza della i in forme verbali come guadagniamo
Articolo davanti a parole staniere inizianti per w e sw
Verbi riflessivi e reciproci
Nessuno o nessun
Il sig. Gianluca Pala ha inviato il seguente messaggio di posta elettronica al servizio di Consulenza Linguistica dell’Accademia: Quasi chiunque debba comporre un testo nella nostra lingua, e mi riferisco in particolare ai testi che non siano manoscritti, e abbia a cuore la correttezza dello stesso, cerca di curarne l’ortografia. Ma ho spesso modo di notare che solo pochissimi prestano un’attenzione sufficiente agli accenti grafici. Nel peggiore dei casi qualunque accento è sostituito da un apice. Succede specialmente se le vocali sono maiuscole, probabilmente perché la tastiera italiana, mal concepita, impedisce di inserirle accentate in modo diretto. Però questa scorrettezza si riscontra anche in qualunque fumetto in italiano, ad esempio, e chissà perché, visto che i loro testi sono scritti a mano e non esistono quindi limiti tecnici. Nel caso più comune, come anche sui quotidiani autorevoli purtroppo, gli accenti sono corretti solo sulle minuscole, e sopravvive tenace l’orrenda soluzione «E'» al posto di «È». Nel caso migliore, su libri e rotocalchi redatti con cura, e sul vostro sito, anche le maiuscole ricevono la dignità dell’accento corretto. Sono forse io a essere troppo pedante? Grazie per l’attenzione.
Il signor F. Franco De Godoy e la signora A. Sirtori hanno posto quesiti riguardanti lo stesso argomento.


     La sostituzione delle lettere accentate con il digramma lettera+apice è una caratteristica rintracciabile in tutti i tipi di CMC, ovvero Comunicazione Mediata dal Computer (dall'inglese Computer-Mediated Communication): posta elettronica, gruppi di discussione, chat line nonché testi che compaiono sui siti Web. Tale costume grafico potrebbe sembrare incomprensibile; tuttavia, in questo contesto, esso ha una giustificazione pratica.
     La scelta di sostituire le lettere accentate con una combinazione di due caratteri semplici contigui nasce dal fatto che tutte le lettere dotate di segni diacritici (accenti, dieresi, cediglia, ecc.) non rientrano nel set-base di caratteri alfanumerici, cioè nei 128 caratteri che, secondo il primo standard ASCII (American Standard Code for Information Interchange, ‘codice americano standard per lo scambio di informazioni’), la cui elaborazione iniziò negli Stati Uniti nel 1963, sono decodificati correttamente da ogni computer, indipendentemente dalla sua configurazione. Tutti i caratteri che non fanno parte di questo gruppo possono non venire riconosciuti da una macchina: in tale caso, l’utente non visualizzerà sul proprio PC il carattere “incriminato”.

Ecco due esempi:
STAMPA SUBITO QUESTO MESSAGGIO: Ti servir? in futuro. Tutto ci? che ti serve sono:
[I punti interrogativi compaiono al posto di à ed ò]

l'etimo della parola 'meraviglia', entrata in italiano prima del 1294, e' da ricercare nel latino 'mirabĭlĭa'
[la sequenza di lettere, numeri e simboli compare al posto delle delle due ‘i’ brevi di ‘mirabĭlĭa’]

     Nell’ASCII standard, i caratteri alfanumerici erano codificati a 7 bit. Ogni bit può contenere o uno zero o un uno (i computer infatti lavorano in codice binario). 7 bit contengono tutte le possibili combinazioni di 0 e 1 che possono entrare in 7 posizioni: si ha così un totale di 128 entrate (27). Tali entrate sono numerate da 0 a 127 e ognuna di esse contiene la codifica di un carattere o di una speciale funzione. A parte le prime 32 posizioni, occupate da segnali di controllo per le telescriventi (le prime per le quali fu impiegata tale codifica), la tabella ASCII standard, adottata internazionalmente, contiene i numeri dallo 0 al 9, le lettere dell’alfabeto inglese (uguale a quello italiano più j, k, x, y e w) maiuscole e minuscole, i più comuni segni diacritici e alcuni altri caratteri (vedere la tabella acclusa a questa scheda).
     In seguito, la codifica fu ampliata a 8 bit, arrivando a 256 (28) posizioni. Le nuove 128 posizioni disponibili furono utilizzate (in maniera diversa da ogni paese) per una serie di lettere e simboli non compresi tra i primi 128 caratteri. Le lettere accentate dell’italiano fanno parte di questa codifica, definita ASCII estesa.
     Per non incorrere nei citati problemi di decodifica, chi comunica abitualmente attraverso il computer evita quanto più possibile l’uso dei caratteri estesi: nel caso dell’italiano, le lettere accentate vengono sostituite dalla combinazione della lettera semplice corrispondente seguita da un apice.
     Ovviamente, quanto finora detto si applica alla comunicazione via computer. Il sig. Pala invece rileva che tali usi si estendono ben oltre a questo ambito: non è infatti raro ormai trovare l’apice in sostituzione dell’accento anche in contesti esterni alla CMC, come didascalie televisive, articoli di giornale e simili. Lo stesso fatto è stato notato da Paolo D’Achille: “e’, perche’, verita’ sono grafie tutt’altro che rare nelle scritture burocratiche, [...] nei sottotitoli televisivi, ecc.” (2002: 2).
     Bisogna tenere conto del fatto che al giorno d’oggi molti, se non la grande maggioranza di questi testi vengono redatti al computer: perfino testi “insospettabili” come quelli dei fumetti, che sembrano scritti a mano, nascono spesso così (con l’uso di un carattere che imita lo stampatello scritto “a mano”). Certo, questo non toglie che tale uso sia non necessario e quindi improprio al di fuori del contesto informatico.
     Se ancora per le lettere minuscole ci sono eccezioni, le lettere maiuscole sono scritte così nella quasi totalità dei casi. Secondo Giovanni Lussu, il motivo di tale grafia è dato dal fatto che “[...] non si conosce la combinazione di tasti per le maiuscole accentate” (2001: 63): le normali tastiere, infatti, non contengono tali tasti, e i caratteri vanno composti tenendo premuto il tasto ALT e digitando il corrispondente codice ASCII. (per esempio, ‘È’ si compone digitando la sequenza ALT+212).
     Nell’ambito telematico, quindi, esiste una valida giustificazione a questo uso; più preoccupante è l’attuale tendenza a sostituire i caratteri accentati con il digramma lettera+apostrofo in qualsiasi tipo di testo, sia per interferenza con le scritture informatiche che per manifesta pigrizia, visto che le minuscole accentate dell’italiano in realtà sono tutte presenti sulla tastiera.
     Nel circolo vizioso che si produce, da una parte si perde la capacità di distinguere tra accento grave e acuto (ed ecco un fiorire di perchè, poichè, giacchè) e apostrofo (e così si trova talvolta scritto [perfino il correttore ortografico dei cellulari di una notissima marca suggerisce tale grafia…]) , e dall’altra, per dissimulare tale incertezza, si aboliscono da qualsiasi testo le situazioni problematiche.
     Bisognerebbe ricordarsi che questo peculiare costume linguistico ha una ragione di esistere solo in un suo contesto specifico: se “esportato” da tale contesto, non diventa altro che una marca di pressappochismo.

Riferimenti:

D’Achille, P., 2002, (Osservazioni di Paolo D’Achille per la sottocommissione CLIC su) Aspetti di evoluzione interna dell’italiano, relazione preparata per la riunione del 21-22 gennaio 2002 del Centro C.L.I.C. (Consulenza Linguistica sull’Italiano Contemporaneo), presso l’Accademia della Crusca, Firenze. (Non pubblicato).

Lussu, G., 2001, “La forma del testo/1”, in Covino, S. (a cura di), La scrittura professionale : Ricerca, Prassi, Insegnamento. Atti del I Convegno di studi (Perugia, Università per Stranieri, 23-25 ottobre 2000), Firenze, Leo S. Olschki Editore, pp. 63-67.

In allegato: tabella dei caratteri ASCII standard, escluse le prime 32 posizioni. Sulla tabella sono riportati il numero binario corrispondente al carattere (byte), il suo codice ASCII (cod.) e il carattere stesso (char.). Nota: spc è l’abbreviazione di space ‘spazio’ e del di delete ‘cancella’. Si può notare che i byte per ogni carattere sono 8, nonostante si tratti dei caratteri originariamente codificati a 7 bit; il primo bit tuttavia non è in uso ed è quindi 0 per tutti.

 

A cura di Vera Gheno
Redazione consulenza linguistica
Accademia della Crusca



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